21a Festa di Roma, “Je so’ pazzo” su Pino Daniene e “Fatherland” di Pawlikowski

venerdì 16 Ottobre 2026
Un articolo di: Sergio Perugini

Terzo giorno di proiezioni alla Festa del Cinema di Roma. Omaggio anzitutto al cantautore napoletano Pino Daniele con “Je so’ pazzo” di Nicola Prosatore. Origini, famiglia e primi granitici successi in un biopic giocato in chiaroscuro. Protagonista Massimiliano Caiazzo in una performance fisica e introspettiva di grande trasporto. È anche il giorno di “Fatherland” del regista polacco Pawel Pawlikowski, incoronato all’ultimo Festival di Cannes. Il racconto del viaggio nella Germania del 1949 dello scrittore Premio Nobel Thomas Mann e di sua figlia Erika. Opera sussurrata ed elegante, impreziosita dalle interpretazioni di Sandra Hüller e Hanns Zischler.

“Je so’ pazzo” (Cinema, 15 ottobre)
“Un uomo che si divide tra due mondi: da una parte il giovane Pinotto, dall’altra il musicista Pino Daniele. Ed è anche una storia di Napoli, una madre che ti abbraccia e ti soffoca allo stesso tempo. (…) E quella lotta tra restare e andare via che Pino ha sentito tutta la vita”. Così Nicola Prosatore dando la linea del suo film-omaggio a Pino Daniele, “Je so’ pazzo”, scritto con Edoardo Puma e Carlo Salsa, dal libro “Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce” di Alessandro Daniele. Un biopic parziale, che racconta infanzia, giovinezza e gavetta di Pino Daniele fino ai primi album di successo, al grande concerto del 1981 a Piazza del Plebiscito, davanti a 200 mila persone. A interpretarlo con convinzione e sorprendente mimesi è Massimiliano Caiazzo, nel cast anche Mariasole Pollio, Giovanni Ludeno, Monica Nappo e Antonia Truppo. È nelle sale dal 15 ottobre con 01 Distribution.
La storia. Napoli 1981, poco prima del concerto gratuito a Piazza del Plebiscito, Pino Daniele si abbandona ai ricordi: l’infanzia nei vicoli di Napoli inseguendo il padre Gennaro, agli anni in casa delle zie Bianca e Lia, fino alla formazione della prima band e alla composizione musicale capace di fondere lingua napoletana e blues. Poi, l’incontro con la corista Dorina e l’incisione dei primi album “Terra mia” (1977) e “Nero a metà” (1980).

Con “Je so’ pazzo” il regista Prosatore (Napoli, 1981) si confronta con due simboli del suo retroterra: il mito musicale di Pino Daniele e la città di Napoli, con la sua bellezza struggente e le sue molte complicazioni. Un racconto dove lo spirito della città e quello di un grande artista si sovrappongono, si fondono. In particolare, l’autore mostra le origini umili di Pino Daniele, il rapporto irrisolto con la figura paterna e il desiderio di riscatto che arriva dalla musica. Un riscatto però lontano dalle rotte convenzionali: il cantautore voleva essere se stesso, fare una musica di tradizione e al contempo di rottura, che sapesse parlare a tutti, ma soprattutto fedele alla sua dimensione creativa interiore.
Il film viaggia spedito lungo il flusso di ricordi, tra pagine biografiche e momenti creativi, come la genesi di pezzi iconici, in testa “Napule è”. Un’opera che insegue uno stile originale, soprattutto nei movimenti di macchina, e nel ritmo narrativo. Un racconto curato ma non patinato, lineare e valido, senza troppi sussulti, che brilla soprattutto per la prova di Caiazzo e i brani di Pino Daniele. Consigliabile, realistico, per dibattiti.

“Fatherland” (Cinema, 16 ottobre)
“Affronta i tumulti della storia, l’esilio e il nostro bisogno trascendentale di un senso di appartenenza. Coniuga inoltre un momento storico drammatico e una vicenda umana molto particolare”. Il regista polacco Pawel Pawlikowski – suoi “Ida” (2013, Oscar miglior film internazionale) e “Cold War” (2018) – introduce così il suo nuovo film “Fatherland”, accolto con entusiasmo al 79° Festival di Cannes dove ha ottenuto il premio per la miglior regia. L’opera muove da fatti veri, dalle biografie del Premio Nobel Thomas Mann e di sua figlia Erika, in viaggio nella Germania nel Secondo dopoguerra. A interpretarli gli ottimi Hanns Zischler e Sandra Hüller. Coprodotto dall’italiana Our Films, è in sala con Mubi dal 16 ottobre.
La storia. Francoforte 1949, Thomas Mann e sua figlia Erika sono in viaggio a bordo di una Buick per delle conferenze. È un ritorno in Germania dopo anni trascorsi negli Stati Uniti, ritrovando una terra natia divisa e polarizzata. Dopo Francoforte i due si spostano a Weimar, sotto l’egida sovietica. Nel mentre li raggiunge la notizia del suicidio del gemello di Erika, Klaus. Un dolore che spezza padre e figlia, ma con reazioni differenti…

La polarizzazione che serpeggia nella Germania del 1949 produce “due narrazioni che appiattiscono tutto – indica il regista – tolgono l’ossigeno, ti costringono a schierarti e, lentamente, soffocano la capacità di discernimento e la libertà di parola. Per Mann, l’unica difesa contro questa riduzione ideologica era l’Arte”. Con grande finezza visiva e narrativa, Pawlikowski entra nell’animo aggrovigliato di un Paese e in quello di uno dei suoi maggiori intellettuali. Uno sguardo parallelo giocato tra mondo esterno e dimensione introspettiva, tra le rovine di un Paese dilaniato e quelle di un uomo, di una famiglia, sbeccata dalla vita e mutilata dal suicidio di un figlio. È la metafora di un lutto, verso una patria che non c’è più e un figlio-fratello scomparso, uno strappo che ha bisogno di essere elaborato, pianto.
Un racconto governato con grande maestria, in uno splendido e raffinato bianco e nero, che si chiude con una sequenza marcata da poesia. Un’opera stratificata, attraversata da più riferimenti e piste tematiche, che brilla soprattutto per la regia e i due interpreti. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

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