In Concorso al 79° Festival di Cannes (2026), Premio miglior regia
Interpreti e ruoli
Hanns Zischler (Thomas Mann), Sandra Huller (Erika Mann), August Diehl (Klaus Mann)
Soggetto
Francoforte 1949, Thomas Mann e sua figlia Erika sono in viaggio a bordo di una Buick per delle conferenze. È un ritorno in Germania dopo anni trascorsi negli Stati Uniti, ritrovando una terra natia divisa e polarizzata. Dopo Francoforte i due si spostano a Weimar, sotto l’egida sovietica. Nel mentre li raggiunge la notizia del suicidio del gemello di Erika, Klaus. Un dolore che spezza padre e figlia, ma con reazioni differenti…
Valutazione Pastorale
“Affronta i tumulti della storia, l’esilio e il nostro bisogno trascendentale di un senso di appartenenza. Coniuga inoltre un momento storico drammatico e una vicenda umana molto particolare”. Il regista polacco Pawel Pawlikowski – suoi “Ida” (2013, Oscar miglior film internazionale) e “Cold War” (2018) – introduce così il suo nuovo film “Fatherland”, accolto con entusiasmo al 79° Festival di Cannes dove ha ottenuto il premio per la miglior regia. L’opera muove da fatti veri, dalle biografie del Premio Nobel Thomas Mann e di sua figlia Erika, in viaggio nella Germania nel Secondo dopoguerra. A interpretarli gli ottimi Hanns Zischler e Sandra Hüller. Coprodotto dall’italiana Our Films, è in sala con Mubi dal 16 ottobre.
La storia. Francoforte 1949, Thomas Mann e sua figlia Erika sono in viaggio a bordo di una Buick per delle conferenze. È un ritorno in Germania dopo anni trascorsi negli Stati Uniti, ritrovando una terra natia divisa e polarizzata. Dopo Francoforte i due si spostano a Weimar, sotto l’egida sovietica. Nel mentre li raggiunge la notizia del suicidio del gemello di Erika, Klaus. Un dolore che spezza padre e figlia, ma con reazioni differenti…
La polarizzazione che serpeggia nella Germania del 1949 produce “due narrazioni che appiattiscono tutto – indica il regista – tolgono l'ossigeno, ti costringono a schierarti e, lentamente, soffocano la capacità di discernimento e la libertà di parola. Per Mann, l’unica difesa contro questa riduzione ideologica era l’Arte”. Con grande finezza visiva e narrativa, Pawlikowski entra nell’animo aggrovigliato di un Paese e in quello di uno dei suoi maggiori intellettuali. Uno sguardo parallelo giocato tra mondo esterno e dimensione introspettiva, tra le rovine di un Paese dilaniato e quelle di un uomo, di una famiglia, sbeccata dalla vita e mutilata dal suicidio di un figlio. È la metafora di un lutto, verso una patria che non c’è più e un figlio-fratello scomparso, uno strappo che ha bisogno di essere elaborato, pianto.
Un racconto governato con grande maestria, in uno splendido e raffinato bianco e nero, che si chiude con una sequenza marcata da poesia. Un’opera stratificata, attraversata da più riferimenti e piste tematiche, che brilla soprattutto per la regia e i due interpreti. Consigliabile, problematico, per dibattiti.
Utilizzazione
Programmazione ordinaria e successive occasioni di dibattito.
