Agli Oscar la riscossa di Paul Thomas Anderson. Incoronati Jessie Buckley e Michael B. Jordan

lunedì 16 Marzo 2026
Un articolo di: Sergio Perugini

Una vittoria che ha il sapore della riscossa. L’autore statunitense Paul Thomas Anderson, classe 1970, dopo aver firmato film di grande spessore e stile – “Magnolia”, “Il petroliere” e “Il filo nascosto” – ma ignorati dagli Oscar, alla fine si è imposto alla 98a cerimonia degli Academy Awards con il suo grintoso “Una battaglia dopo l’altra” targato Warner Bros. Forte di 13 candidature, l’opera ha vinto 6 statuette, le più ambite: film, regia e sceneggiatura non originale, tutte di Anderson. Ancora, Sean Penn miglior attore non protagonista – al suo terzo Oscar, il quale però diserta la cerimonia dando un chiaro messaggio di protesta –, il montaggio di Andy Jurgensen e il casting di Cassandra Kulukundis (nuova categoria).
“Una battaglia dopo l’altra” è il film più bello dell’anno? Ci sentiamo di dire no, e non è il titolo migliore di Anderson. La pioggia di statuette si lega a un giusto e meritato riconoscimento alla carriera di un autore solido, dalla vis stilistico-narrativa riconoscibile. Di “Una battaglia dopo l’altra” si ricordano la regia magnifica (soprattutto per la sequenza finale), le interpretazioni eccellenti del cast – in testa Leonardo DiCaprio – e anche il messaggio politico-sociale: il regista fotografa il suo Paese, l’“American Dream”, spiaggiato tra rabbia, proteste e amarezze. Sul confine tra Messico e Usa si radunano vecchie ferite ancora brucianti: razzismo, migrazioni incontrollate, rigurgiti di suprematismo bianco e terrorismo. Un Paese incattivito, che ha smarrito la sua visione di speranza.


Altro grande titolo della notte degli Oscar è “I peccatori. Sinners” di Ryan Coogler, che ha sorpreso tutti con le sue 16 candidature record – un po’ troppe –, portando a casa 4 premi: attore protagonista Michael B. Jordan, sceneggiatura originale di Coogler, fotografia di Autumn Durald Arkapaw e colonna sonora di Ludwig Göransson (al terzo Oscar, il primo per “Black Panther” e il secondo per “Oppenheimer”). L’opera di Coogler è sicuramente un titolo che lascia un segno nella storia degli Academy, perché ha saputo mostrare i traumi e le fratture ancora vive nel Paese “a stelle e strisce” ricorrendo con originalità al genere horror-thriller (con il simbolismo dei vampiri), mettendo in racconto discriminazioni razziali, valore del blues, comunità afroamericana e violenze del Ku Klux Klan.
Fortunatamente non ci sono state “sorprese” per la miglior attrice: incoronata l’irlandese Jessie Buckley, struggente protagonista di “Hamnet” di Chloé Zhao (8 candidature, ne vince una, ma ne meritava qualcuna in più!). Ha interpretato con rara bravura la moglie di William Shakespeare, una madre chiamata a vivere il trauma più indicibile e inaccettabile: la perdita di un figlio. La Buckley ha dichiarato: “Nel Regno Unito oggi è la festa della mamma, la mia dedica va allora allo splendido caos che è il cuore di una madre”.

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Paul Mescal stars as William Shakespeare, Jessie Buckley as Agnes and Bodhi Rae Breathnach as Susanna in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release.
Credit: Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC

Capitolo film internazionale. Ha vinto, meritatamente, il raffinato “Sentimental Value” (Norvegia) di Joachim Trier, in gara con 9 candidature. Il film si è imposto sugli altrettanto validi “Un semplice incidente” (Iran, Palma d’oro a Cannes) di Jafar Panahi e “La voce di Hind Rajab” (Tunisia, Leone d’argento a Venezia82) di Kawthar ibn Haniyya, fotografia drammatica del conflitto israelo-palestinese; questi ultimi forse avrebbero impresso un messaggio più critico, politico, sul palco dell’Academy.
Felice risarcimento per il kolossal Netflix “Frankenstein” di Guillermo Del Toro, amatissimo da critica e pubblico a Venezia82 ma uscito senza premi: qui ha vinto tutti Oscar tecnici, ovvero per i costumi di Kate Hawley, la scenografia di Tamara Deverell e Shane Vieau, trucco-acconciature di Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey. E Netflix si aggiudica anche due statuette chiave superando la Disney: miglior animazione, il sudcoreano “KPop Demon Hunters”, e la sua canzone originale “Golden”. Disney si consola con gli effetti visivi per “Avatar. Fuoco e cenere”.


Alla 98a cerimonia degli Oscar, sul filo della paura per possibili attentati legati ai conflitti in corso, poche le voci di protesta: sono emerse nei discorsi dei vincitori per miglior documentario “Mr Nobody Against Putin” di David Borenstein e corto doc “All the Empty Rooms” di Joshua Seftel e Conall Jones (sulle drammatiche morti di giovani per armi da fuoco nelle scuole americane).
Tra i momenti più vibranti, il segmento “In Memoriam”, il ricordo di artisti scomparsi. La carrellata si è aperta con un omaggio al regista Rob Reiner e sua moglie Michelle Singer da parte di Billy Cristal, raggiunto poi da Meg Ryan e Demi Moore, che hanno ricordato i loro titoli “Harry ti presento Sally…” e “Codice d’onore”. Ancora, l’omaggio ai nostri Claudia Cardinale e Giorgio Armani, come pure all’attrice emblema della Nuova Hollywood Diane Keaton. Il passaggio più commovente è stato però per il gigante Robert Redford, richiamato dalla sua storica partner artistica Barbra Streisand – “Mi manca il mio cowboy intellettuale” –, che per l’occasione ha intonato la canzone Premio Oscar “The Way We Were” da “Come eravamo” del 1973. Sipario.

Una battaglia dopo l’altra

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