Presentato alla 20a Festa del Cinema di Roma (2025)
Interpreti e ruoli
Jessie Buckley (Agnes Shakespeare), Paul Mescal (William Shakespeare), Emily Watson (Mary Shakespeare), Jacobi Jupe (Hamnet Shakespeare), Bodhi Rae Breathnach (Susanna Shakespeare), Olivia Lynes (Judith Shakespeare), Joe Alwyn (Bartholomew), Noah Jupe (Attore - Hamlet)
Soggetto
Inghilterra, Stratford-upon-Avon, 1580. William fa l’insegnante per mantenersi. Un giorno incontra una giovane donna, Agnes, che lo incanta per la bellezza ma soprattutto il suo spirito libero, con una forte sensibilità per la natura e le sue creature. Si amano, si sposano e subito nasce la prima figlia Susannah. Seguono poi i gemelli Hamnet e Judith. Will, però, si sente stretto nella realtà di provincia, ha sogni grandi e così parte per Londra, per lavorare in teatro come drammaturgo. Agnes decide di rimane invece in campagna a prendersi cura dei loro figli, per dare loro una vita sana e spensierata. Quando un’epidemia di peste colpisce il territorio, i due gemelli si ammalano e Hamnet muore all’età di 11 anni. Un dolore bruciante. Agnes e Will non si confortano, si chiudono tra silenzi e distanze. La loro famiglia si spiaggia, senza apparente via di salvezza. Quando Agnes scopre che il marito ha composto un nuovo dramma dal titolo “Hamlet” (“Amleto”), dall’evidente richiamo al nome del figlio, si precipita a Londra alla prima. Si troverà così faccia a faccia con sentimenti, emozioni e verità inattesi…
Valutazione Pastorale
“Una storia sulla metamorfosi”. Così la regista Premio Oscar Chloé Zhao nel definire il suo film “Hamnet. Nel nome del figlio”, un’opera di grande densità tematica e poetica che conquista subito lo sguardo e muove alla commozione. Un film struggente, e al contempo luminoso e curativo. Presentato al 50º Toronto Film Festival e alla 20ª Festa del Cinema di Roma, è nelle sale dal 5 febbraio 2026 con Universal Pictures, preceduto da una pioggia di riconoscimenti e candidature: vincitore a Hollywood di due Golden Globe di peso (film drammatico e attrice protagonista Jessie Buckley), è in corsa per la 98a edizione dei Premi Oscar con 8 nomination tra cui miglior film, regia, sceneggiatura e attrice. Prendendo le mosse dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell (2020), dalla vita di William Shakespeare e di sua moglie, “Hamnet” è un’opera che indaga le fratture dell’anima davanti alla perdita di un figlio; un film che esplora lo smarrimento e la disperazione, senza essere mai ricattatorio. Uno sguardo nella vertigine del dolore più fosco e inaccettabile, capace di suggerire però anche un sentiero di risalita, di faticosa rinascita. Uno dei titoli più belli, potenti e poetici della stagione.
La storia. Inghilterra, Stratford-upon-Avon, 1580. William fa l’insegnante per mantenersi. Un giorno incontra una giovane donna, Agnes, che lo incanta per la bellezza ma soprattutto il suo spirito libero, con una forte sensibilità per la natura e le sue creature. Si amano, si sposano e subito nasce la prima figlia Susannah. Seguono poi i gemelli Hamnet e Judith. Will, però, si sente stretto nella realtà di provincia, ha sogni grandi e così parte per Londra, per lavorare in teatro come drammaturgo. Agnes decide di rimane invece in campagna a prendersi cura dei loro figli, per dare loro una vita sana e spensierata. Quando un’epidemia di peste colpisce il territorio, i due gemelli si ammalano e Hamnet muore all’età di 11 anni. Un dolore bruciante. Agnes e Will non si confortano, si chiudono tra silenzi e distanze. La loro famiglia si spiaggia, senza apparente via di salvezza. Quando Agnes scopre che il marito ha composto un nuovo dramma dal titolo “Hamlet” (“Amleto”), dall’evidente richiamo al nome del figlio, si precipita a Londra alla prima. Si troverà così faccia a faccia con sentimenti, emozioni e verità inattesi…
"Ho avuto paura della morte per tutta la vita e, di conseguenza, ho avuto paura anche dell’amore”. Sono le parole di Chloé Zhao, che ha aggiunto: “Non sapevo come tenere il cuore aperto di fronte alla transitorietà della vita. Ho girato quattro film su personaggi che vivono una grande perdita e ritrovano sé stessi attraverso l’accettazione. ‘Hamnet. Nel nome del figlio’ è il risultato di quel viaggio”. Chloé Zhao è una grande autrice, non solo perché è entrata nella Storia del cinema “a stelle e strisce” per aver vinto nel 2021 l’Oscar come miglior regista con il suo bellissimo “Nomadland”, la seconda dopo Kathryn Bigelow (“The Hurt Locker”, 2010); ma perché ha saputo firmare in una manciata di anni un altro poetico e struggente capolavoro.
Partendo dal romanzo di Maggie O’Farrell, e affiancata a livello produttivo da Steven Spielberg e Sam Mandes, Chloé Zhao ha costruito un racconto storico lungo le assi della vita del poeta e drammaturgo inglese più amato e conosciuto, una storia come un’istantanea di vita familiare universale, senza tempo. È il racconto di una coppia, di una famiglia, lacerata e divelta dalla perdita di un figlio. Un trauma incomprensibile e inaccettabile, che fagocita nel silenzio e nella disperazione. Sola lei nel dolore in casa, solo lui dietro le quinte a teatro. E poi l’intuizione narrativa geniale: passare dalla caduta nella disperazione al suo attraversamento, in una faticosa risalita verso la rinascita; un percorso catartico, liberatorio, che i due compiono alla fine insieme, grazie al teatro, alla messa in scena della comune sofferenza. E proprio la lunga sequenza finale nel Globe Theatre costituisce il punto più alto e complesso a livello stilistico-narrativo (e il più delicato a livello partecipativo, spettatoriale): la messa in condivisione del dolore tra dimensione personale e rappresentazione pubblica. La storia familiare di Hamnet e quella drammaturgica di Hamlet, due nomi quasi speculari, intercambiabili, su cui si polarizzano gli stessi sentimenti. Lì, tra palcoscenico e vita vera, Agnes legge tutto il dolore di Will, lo stesso che lei custodisce sottopelle. Finalmente si (ri)vedono. Finalmente la speranza, e loro di nuovo vicini.
Che regia magnifica quella di Chloé Zhao, così acuta, misurata e potente! Gestisce materia emozionale incandescente con maestria e rispetto, senza mai perderne il controllo o “sporcarla”; direziona il pathos in un intenso percorso dal buio alla luce, anche grazie a due interpreti di raffinata bravura, Jessie Buckley e Paul Mescal. E allora sì alla meritata pioggia di Oscar, ma soprattutto all’incontro generoso con il pubblico. Da non perdere! Consigliabile, poetico, per dibattiti.
Utilizzazione
Programmazione ordinaria e successive occasioni di dibattito.
