Scelte e responsabilità dei padri. “La Grazia” e “Sentimental Value”
sabato 17 Gennaio 2026
Un articolo di:
Sergio Perugini
Padri allo specchio, tra bilanci esistenziali e scelte di responsabilità. Filo rosso che lega due titoli molto attesi della stagione. Anzitutto “La Grazia” di Paolo Sorrentino, film d’apertura dell’82ma Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e Coppa Volpi per il protagonista Toni Servillo, in sala con PiperFilm. Uno sguardo ravvicinato su un presidente della Repubblica nel semestre bianco, chiamato ad affrontare le ultime sfide istituzionali e a rileggere il suo ruolo come genitore. Film dall’estetica elegante e seducente, abitato dai temi sfidanti e problematici. Forte di otto candidature ai Golden Globe e dato come protagonista nella partita degli Oscar, in sala con Lucky Red e Teodora Film, “Sentimental Value” è una delle prime belle sorprese del nuovo anno. Diretto dal norvegese Joachim Trier, è un viaggio tortuoso e poetico nei legami familiari, nel rapporto padre-figlie, in un originale e sfaccettato percorso giocato tra palcoscenico, set cinematografico e vita vera.
“La Grazia” (Cinema, 15.01.26)
All’82a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, dove ha partecipato come film d’apertura, “La Grazia” di Paolo Sorrentino ha colpito critica e pubblico per la qualità della proposta, riscattando l’autore dagli sbandamenti di “Parthenope” (2024). Il film, interpretato splendidamente da Toni Servillo e Anna Ferzetti, racconta l’ultimo tratto di vita istituzionale di un presidente della Repubblica. Un tempo di bilancio politico, segnato dalle ultime sfide, ma anche da profonde riflessioni personali. La storia. Roma oggi. Mariano De Santis è il presidente della Repubblica. È appena entrato nel semestre bianco. Dopo aver affrontato svariate crisi di governo con grande controllo e fermezza, ormai ha ben poco di cui occuparsi. Rimangono sul tavolo due questioni spinose: concedere la grazia a due carcerati, che stanno scontando la pena per l’uccisione del coniuge in circostanze drammatiche (malattia degenerativa e violenze domestiche), e firmare il disegno di legge sull’eutanasia. Il presidente è contrario alla sua promulgazione per motivi giuridici e soprattutto per i valori cattolici di appartenenza. A incalzarlo, però, a chiedere un gesto di responsabilità è la figlia Dorotea, anche lei giurista e sua fidata assistente…
Sorrentino costruisce un doppio binario narrativo, su cui fa muovere il suo protagonista. Anzitutto pedina gli ultimi sei mesi di attività da capo dello Stato, padre della Repubblica, ritraendo Mariano De Santis alle prese con delicati dossier: la concessione della grazia e la firma di una legge in materia di eutanasia. Un film incentrato su dilemmi morali: l’opera abita il dubbio, percorre il perimetro della legge nelle sue possibilità; sposa la prospettiva del capo dello Stato, stretto in un sentiero sdrucciolevole e per il quale usa la bussola della legge ma anche della fede. Nel racconto c’è anche un colloquio con il Papa – africano, dai capelli “dread” bianchi lunghi, in sella alla moto, ritratto (furbescamente) anticonvenzionale alla Sorrentino –, un suo amico, che lo richiama ai valori di appartenenza. Su questo tracciato, “La Grazia” mette a tema riflessioni dense e sfidanti, anche non condivisibili, offrendo diverse argomentazioni allo spettatore, con le quali confrontarsi, aderire o dissentire. Sul tema, però, è giusto ricordare la posizione della Chiesa italiana espressa con chiarezza nella Nota sul fine vita (19 febbraio 2025) della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana.
“La Grazia” non è però solo questo. Percorre anche (e soprattutto) le stanze interiori di un uomo anziano che si interroga sul suo vissuto e sui legami familiari, in primis sull’amore: quello per la moglie morta da 8 anni, di cui avverte l’assordante mancanza, ma anche quello da padre per i due figli, con i quali il dialogo sembra sfuggito via. E il ritessere quei legami sfibrati ora è forse la sua sfida più grande. “La Grazia” è un film acuto, scritto e diretto con mestiere, puntellato da ironia e malinconia, persino elegantemente irriverente, percorso da temi che meritano un confronto attento e accorto. Complesso, problematico, per dibattiti.
“Sentimental Value” (Cinema, 22.01.26)
Il regista norvegese Joachim Trier, classe 1974, ha diretto pochi film, lasciando già un segno come autore acuto e originale: tra i suoi titoli “La persona peggiore del mondo” (2021). Al 78° Festival di Cannes (2025) ha partecipato con “Sentimental Value”, conquistando il Grand Prix Speciale della Giuria. L’opera è entrata subito nella partita dei premi della stagione a Hollywood. “Sentimental Value” è un film bellissimo, profondo e sorprendente, che mette a tema il rapporto padre-figlie come una pièce a metà tra teatro e set cinematografico. Un’opera che poggia su un ottimo copione – scritto dallo stesso Trier con Eskil Vogt – e sull’interpretazione misurata e intensa di Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Elle Fanning e Inga Ibsdotter Lilleaas. La storia. Oslo oggi, due sorelle trentenni, Nora e Agnes, sono chiamate a fare ordine nella grande casa di famiglia dopo la morte della madre. Al funerale si presenta anche il padre Gustav, famoso regista cinematografico con cui le due hanno perso quasi del tutto i contatti. È soprattutto Nora a soffrire la presenza paterna, perché la associa a un momento di frattura interiore, che l’ha portata sull’orlo del precipizio. Il padre Gustav però è determinato, forse data l’età avanzata, a rimettere le cose in ordine, a riannodare i fili della memoria e del dialogo. Dopo anni di inattività ha scritto un nuovo copione, pensato proprio per Nora, che però non ne vuole sapere. La sceneggiatura affascina una giovane diva hollywoodiana, Rachel Kemp, che vuole convintamente la parte della protagonista…
Un film che colpisce per la sua sfaccettatura e stratificazione. “Sentimental Value” si muove tra palcoscenico e realtà, tra teatro, set e vita di una famiglia, con citazioni ai classici come “Il gabbiano” (1895) di Anton Čechov e suggestioni cinematografiche. Trier compone un’opera intima di raffinata eleganza e bellezza, ci racconta gli irrisolti di un anziano regista, che rilegge il suo passato e i traumi di infanzia, che hanno popolato la vecchia casa di famiglia a Oslo; un uomo che si sente quasi alla fine del suo percorso artistico ed esistenziale, ma a cui manca ancora un film, forse la sua opera migliore. Scrive un copione pensato per ritrovare la figlia, le figlie, scivolate via dalla sua vita per troppa distrazione o egoismo. Due donne che portano sulla pelle, nell’animo (soprattutto Nora), le cicatrici di un’infanzia complicata.
“Sentimental Value” apparentemente parla di morte, ma in verità si rivela un coinvolgente inno alla vita. Il film si apre con il funerale della madre di Nora e Agnes, ma anche con gli attacchi di panico di Nora in scena a teatro. C’è troppa sofferenza da gestire, da arginare. Il padre Gustav, poi, ha scritto una sceneggiatura che affonda le mani nella loro storia di famiglia, un copione che si avvita su un ingombrante suicidio. Sembra così la celebrazione della sconfitta della vita, della resa, ma quel copione così dolente è in grado invece di smuovere le roccaforti del dolore di Gustav, Nora e Agnes, di accorciare le distanze tra loro, riaccendendo la scintilla del dialogo, la luce della speranza. “Sentimental Value” è una raffinata e acuta poesia che parla di famiglia, resiliente oltre le cadute e gli affanni, che sa ascoltarsi e perdonarsi. Consigliabile, problematico, per dibattiti.