Venezia83, ultimo giorno di gara. Anzitutto “Ritorno a Buenos Aires” dell’italiano Marco Bechis, un viaggio tra memoria dei desaparecidos e bisogno di giustizia. L’autore firma un film profondo e vibrante. E vibrante è anche il doc “NAZA” degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, uno sguardo asciutto, d’inchiesta, sulla tragedia di Gaza, attraverso interviste a membri dei servizi israeliani che rivelano la “logica” dei bombardamenti e l’indifferenza per i cosiddetti “danni collaterali”. Infine, “Un po’ di luce” dell’iraniano Ali Asgari, la vertigine di smarrimento di un medico che dopo aver perso tutto pensa al suicidio. Non un titolo fosco, bensì un racconto che fa perno su tenerezza, famiglia e riconquista della speranza.

“Ritorno a Buenos Aires” – Venezia83
“Una storia che non è la mia, ma che nasce da una ferita che conosco. Anch’io sono stato sequestrato durante la dittatura argentina (…). Ho scelto la finzione perché a volte è l’unico modo per avvicinarsi a una verità che la memoria, da sola, non riesce a raccontare”. Così il regista Marco Bechis raccontando “Ritorno a Buenos Aires”. L’autore (suo è “Garage Olimpo” del 1999) riprende un argomento cui è legato, di cui è parte: le violenze durante la dittatura argentina e la ferita mai sanata dei desaparecidos. Protagonista un intenso Adriano Giannini. In sala dal 17 settembre con Fandango.
La storia. Torino 2008, Mariano è un medico. Non si risparmia sul lavoro, ma nel privato conduce una vita schiva, solitaria. Viene convocato dal tribunale di Buenos Aires per testimoniare sui crimini subiti durante la sua prigionia nel periodo della dittatura militare. Per Mariano significa riaprire una ferita, ritornare agli oltre 2 anni di segregazione, tra percosse, violenze e ricatti psicologici…
Bechis firma un film asciutto e potente, la discesa negli inferi del dolore e dei traumi subiti durante aggressioni e detenzioni a Buenos Aires dal 1976, con il deflagrare della dittatura militare. Attraverso Mariano, l’autore rivive la ferita del Paese e al contempo si confronta con la propria. Interroga il protagonista su come ci si senta a sopravvivere rispetto ai tanti uccisi, e ribadisce l’impegno di civili e associazioni nel dare voce e giustizia a chi non può più difendersi. Il film si muove anche in sentieri non facili, nei chiaroscuri, sul sottile confine tra bene e male, tra vittima e carnefice. Un’opera che si svincola dalla facile polarizzazione giusto-sbagliato.
In generale, il tema del film è ancora molto presente nella dimensione pubblica in Argentina e America Latina, basta ricordare i recenti “Argentina, 1985” (2022) e “Io sono ancora qui” (2024). “Ritorno a Buenos Aires” appartiene a tale filone di impegno civile, cui Bechis ha dedicato ampio spazio della sua filmografia. Un’opera dura, emotivamente serrata e di grande impatto, che non sbanda nel ricattatorio. Complesso, problematico, per dibattiti.

“NAZA” – Venezia83
“Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. (…) Ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro?”. Sono le parole, dirette e inequivocabili, dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor (Premio Oscar nel 2026 con “No Other Land”), nel presentare a Venezia83 il loro nuovo film “NAZA”, doc d’inchiesta prodotto dal “The Guardian” e dal Premio Oscar Jonathan Glazer (“La zona di interesse”). Il film è un secco sguardo sulle vittime innocenti nel conflitto israelo-palestinese, in particolare prende posizione contro i servizi militari israeliani per le uccisioni compiute sui civili a Gaza, i cosiddetti “Naza”, i “danni collaterali” contemplati nella lotta contro Hamas. Un doc che corre sul binario del film di inchiesta, di respiro giornalistico, che fa emergere contraddizioni e assurdità di un conflitto senza tregua e senza pietà, da entrambi i fronti. In particolare, da israeliani, i due autori puntano il dito contro il proprio governo per la pianificata fredda e tragica logica dell’orrore.
La forza di “NAZA” è nell’urgenza del tema e della denuncia. Il limite purtroppo è nel tema stesso, così forte ed emotivamente raggelante che finisce per prendere il sopravvento sull’opera, sulla sua dimensione visivo-estetica. Un film che inchioda per i contenuti, che però finiscono con l’impedire una lucida valutazione formale. Forse sarebbe stato preferibile proporlo fuori concorso. Complesso, realistico, per dibattiti.

“A Bit of Light” – Venezia83
Dopo “Devine Comedy”, con cui nel 2025 è stato in gara nella sezione Orizzonti, l’iraniano Ali Asgari torna alla Mostra e per la prima volta in concorso. Con “Un po’ di luce” racconta con delicatezza e poesia il dramma che percorre l’Iran contemporaneo; un film che pedina la storia di un medico che, scontrandosi con amarezze e brutalità, pensa di risolvere il proprio tormento togliendosi la vita. Pianifica così lucidamente la propria fine, andando a comunicare la sua decisione ai tre fratelli e alla madre. Ma con loro, soprattutto con la madre, il protagonista – l’ottimo Misagh Zare – fa esperienza di una ritrovata tenerezza, di una brezza di calore e colore, che gli fanno prendere in considerazione la possibilità della speranza. “Forse ciò che ci permette di andare avanti – ha detto il regista – non è l’assenza di sofferenza, ma sono quei legami invisibili che ci uniscono”. Asgari firma un piccolo gioiello, il racconto di giorni duri, difficili, nel Paese, dove a dare forza e coraggio per andare avanti è la custodia dei legami. La famiglia. Un film composto, in sottrazione, marcato da dolcezza e poesia. Consigliabile, poetico, per dibattiti.