Venezia83, ottavo giorno. L’italiano Edoardo De Angelis, con “Il fuoco che ti porti dentro”, affronta un intenso e pungente dramma familiare ambientato la Vigilia di Natale, che gioca sulla polarizzazione Nord-Sud del Paese. Con originalità e carattere il regista si posiziona tra “Natale in Casa Cupiello” e “Parenti serpenti”. Vanessa Scalera offre una prova da Coppa Volpi. In Concorso anche il francese Stéphane Brizé con “Un bon petit soldat”, interpretato con efficacia da Alba Rohrwacher. Un nuovo sguardo sul mondo del lavoro, un racconto indagatore lucido, puntellato da umorismo nero, dove emergono affanni-miserie dei lavoratori e inquietanti ipocrisie dei dirigenti.

“Il fuoco che ti porti dentro” – Venezia83
Napoletano classe 1978, Edoardo De Angelis (“Indivisibili”, “Il vizio della speranza”, “Comandante”) torna in gara alla Mostra con un titolo di grande carattere: è “Il fuoco che ti porti dentro”, dal romanzo di Antonio Franchini (Marsilio) sceneggiato dallo stesso regista insieme a Francesco Piccolo e Ilaria Macchia. Il racconto della Vigilia di Natale nella composta Milano quando arriva in casa la nonna da Napoli carica di pietanze ma anche di giudizi affilati e rancori sottopelle. Con un’eccellente Vanessa Scalera, che domina la scena con forza ed espressività, nel cast anche Lino Musella, Ivana Lotito, Elena Radonicich e Tommaso Ragno. In sala con 01 Distribution.
La storia. Milano, Vigilia di Natale. Antonio e la moglie Benedetta, insieme ai loro due figli, si preparano a festeggiare in casa. Da loro è arrivata la mamma di Antonio, Angela, che ha occupato la cucina preparando una cena tipicamente partenopea. Tra olio che frigge senza sosta, odori di pesce intenso e vino sempre nei bicchieri, Angela dispensa amarezze e commenti pungenti verso tutti. Così la Vigilia diventa un teatro grottesco e feroce dove affiorano verità, risentimenti e dolori a lungo trattenuti…
Molti i riferimenti e le suggestioni contenute nel film “Il fuoco che ti porti dentro”, a cominciare dalle opere teatrali di Eduardo De Filippo, in testa “Natale in Casa Cupiello”, alla commedia amara di Mario Monicelli “Parenti serpenti”. De Angelis ci propone una famiglia napoletana disgregata e infelice, che si ritrova a casa del figlio maggiore Antonio, che si è trasferito – o forse è fuggito – a Milano a centinaia di chilometri dalla madre Angela. È lei la “causa” di tanto tormento familiare, una donna che ha amato visceralmente i propri figli ma che al contempo li ha affaticati di pressioni, repentini cambi d’umore e giudizi brucianti. Nessuno regge il suo passo agitato, la sua favella incontenibile. Angela è un fuoco di fila di idee e commenti, che però traduce anche qualcosa di tragico: una madre che si sente svuotata e sola, che corre dai figli per trascorrere un Natale in cerca di tenerezza e magari di una possibile riconciliazione.
Forte di un romanzo di successo, De Angelis compone un’opera cinematografica debitrice anche del suo retroterra teatrale: tutto giocato in un unico ambiente, l’appartamento di Antonio, tra cucina e salone. È la scena di uno spettacolo tragicomico, la messa a nudo di una famiglia ferita, impantanata nei rimpianti. La Vigilia di Natale si fa così teatro della resa dei conti, ma anche il momento della verità e (forse) del perdono. Duro, ironico, feroce e incalzante, il film si muove agile grazie alla regia vigorosa e tempi comico-drammatici perfetti. Complesso, problematico, per dibattiti.

“Un bon petit soldat” – Venezia83
La sua trilogia dedicata al mondo del lavoro – “La legge del mercato”, “In guerra” e “Un altro mondo” – ha lasciato il segno per quello sguardo asciutto, appassionato, da cinema di impegno civile. A Venezia83 Stéphane Brizé torna sul tema con passo nuovo: in “Un bon petit soldat” ci racconta il faticoso navigare di una dirigente in una grande compagnia francese, assediata da un maschilismo serpeggiante e da mascherate pressioni disumane. Protagonista l’ottima Alba Rohrwacher, e nel cast anche l’attore di riferimento di Brizé, Vincent Lindon, che smette i panni dell’eroe per incarnare un AD egocentrico e spietato. Il film uscirà in sala con I Wonder Pictures.
La storia. Francia oggi, Carla è appena stata assunta in una grande compagnia come responsabile delle Risorse umane. Un incarico importante, che le arriva in un periodo difficile: si è separata dal marito ed è madre di un preadolescente. In ufficio Carla, al di là dei sorrisi e atmosfere collaborative, sperimenta da subito un clima teso, comprendendo ben presto che il proprio spazio di autonomia è ridotto. Un caso di mobbing le mette davanti a frustrazioni e decisioni sofferte…
Brizé, che nel 2025 ha ricevuto il Premio cattolico Robert Bresson per la qualità del suo cinema, ci offre un nuovo quadro del nostro presente. Ci racconta di una donna che con fatica prova a rompere il soffitto di cristallo nel mondo del lavoro, rinunciando a tempo per sé ma soprattutto per la propria famiglia. Carla si trova a fare i conti con il peso dei propri sacrifici e il prezzo pagato a livello etico-morale. Con amarezza deve ammettere di non essere riuscita a scardinare un maschilismo lavorativo sempreverde, ma ancor di più a dover ingoiare decisioni amare, ingiustizie, pur di conservare quel lavoro a cui ha dato tutto. Troppo.
Rispetto ai precedenti, Brizé mette da parte la carica di indignazione e collera, a favore di un racconto più moderato e pungente, ammorbidito da un umorismo brillante ma dai contorni neri. Un film di denuncia, che convince per qualità visivo-narrativa e per l’interpretazione della Rohrwacher. Consigliabile, realistico, per dibattiti.