Il biopic “Michael” celebra il Re del Pop tra musica, primati e cicatrici familiari

venerdì 24 Aprile 2026
Un articolo di: Sergio Perugini

L’attesa è finita. Uno dei due titoli hollywoodiani di maggior richiamo della stagione – l’altro è “Il diavolo veste Prada 2”, dal 29 aprile – è stato finalmente svelato: è “Michael”, biopic sul cantante, artista e performer Michael Jackson diretto da Antoine Fuqua, con protagonista l’esordiente Jafaar Jackson – suo nipote, sorprendente per somiglianza e abilità – insieme a Colman Domingo, Miles Teller e Nia Long. Prodotto da Gram King (suo è anche il film sui Queen “Bohemian Rhapsody”, 2018), è un’operazione targata Universal Pictures insieme alla famiglia Jackson. “Michael” è un omaggio al Re del Pop, all’artista dei record ma anche all’uomo, dall’esordio nell’ensemble familiare dei Jackson 5 nel 1966 sino all’uscita dell’album “Thriller” e alla faraonica performance al Wembley Stadium a Londra nel 1988, davanti a 72 mila partecipanti (curiosa coincidenza, anche il film sui Queen terminava con il trionfo al Wembley). Un viaggio musicale tra palco, vita familiare e stanze dell’anima di un artista amatissimo dal pubblico, cui però un padre-padrone ha strappato via la magia e il candore dell’infanzia condannandolo a ricercarla da adulto in maniera spesso stonata. Un film gioioso e coinvolgente, che fa tamburellare i piedi durante la proiezione, velato però da una certa malinconia.

Jaafar Jackson as Michael Jackson in Michael. Photo Credit: Glen Wilson/Lionsgate

Dai Jackson 5 a “Thriller”
Gary, Indiana, 1966. Michael ha 8 anni e insieme ai suoi quattro fratelli maggiori viene spinto a cantare dal padre Joe, che ne intuisce talento e possibilità di guadagno. Con il nome di Jackson 5 iniziano esibirsi sul territorio, per arrivare poi anche a performance Tv che accendono la popolarità del gruppo (tra i brani la celebre “ABC”). E se sul palco gli applausi sono crescenti, la vita del ragazzo è tutta in salita: il padre ne controlla ogni aspetto in maniera rigida, con scariche di violenza, mentre la madre Katherine prova a proteggerlo silenziosamente. Sui vent’anni, nel 1979, Michael si decide a spiccare il volo da solista con l’album “Off the Wall” (tra le tracce “Don’t Stop ‘Til You Get Enough”). Il successo divampa, Michael è ammirato e inseguito dai fan, ma la solitudine aumenta e reagisce circondandosi di animali di ogni tipo: giraffe, scimmie, lama. Con il sostegno legale di John Branca, che estromette il padre-padrone della famiglia Jackson, e la collaborazione con il produttore Quincy Jones, Michael si prepara a infrange ogni record: scrive, compone, interpreta e cura le coreografie dell’album “Thriller” del 1982 (tra le hit iconiche: “Beat It”, “Billie Jean”, “Human Nature” e ovviamente “Thriller”), il disco più venduto nella storia della musica, con oltre 100 milioni di copie. Incoronato Re del Pop, tutto sembra andare a gonfie vele sino a un incidente sul palco…

Scintillante e creativo sul palco, fragile dietro le quinte
“Quando ho iniziato ad analizzare la vita di Michael, ho applicato la stessa diligenza che usa un drammaturgo quando maneggia materiale storico. Ho letto tutto (…) Mi sono chiesto: come ha fatto un brano come ‘Beat It’ a passare da un’idea embrionale alla performance finale?”. Così lo sceneggiatore John Logan (tra i suoi copioni “Il Gladiatore”, “Skyfall”), spiegando il processo creativo del biopic. “Ogni canzone che abbiamo scelto – ha aggiunto – e ogni performance che abbiamo messo in scena, aveva l’obiettivo di accompagnare Michael nel suo percorso personale”.
“Michael” è un trascinante racconto biografico, che ripercorre la formazione, la genesi della creatività musicale e l’ascesa di uno dei grandi divi di massa del XX secolo. Un film sì che ne celebra brani e trionfi, ma che anche prova a spiegarne radici, sogni, irrisolti e cicatrici interiori. Dietro a un geniale artista, alla fame di successo, spesso si nascondono infanzie marcate da fragilità e sofferenze. Il film “Michael” racconta tutto questo. Un’infanzia negata da un padre interessato a uscire dalle periferie della povertà usando quello che “possedeva”: il talento dei propri figli. E lui, Michael, il più piccolo, al di là di una voce prodigiosa, voleva solo poter crescere e giocare come gli altri ragazzi. Divorando libri e vedendo film senza sosta – su tutti “Peter Pan” e i film di Charlie Chaplin –, per resistere a percosse e fatiche continue non trova altra via che rifugiarsi nella musica e nella fantasia. Così canta, balla, fa esplodere il suo talento, ma cristallizza la sua interiorità in un’infanzia senza tempo, in un’ideale “Isola che non c’è” da cui poi faticherà a uscire da adulto, con non pochi problemi.


Il film percorre un arco temporale preciso, dal 1966 al 1988, dall’anonimato all’incoronazione come Re del Pop. Un racconto energico e luminoso, dove al di là dell’ingombrante figura paterna e delle fragilità interiori, poco altro trova posto: il richiamo anche alla sua generosa filantropia, soprattutto negli ospedali. Le accuse infamanti divampate negli anni ’90, che ne turbarono l’immagine pubblica e lo costrinsero a svariati iter processuali, saranno forse oggetto di un sequel (e molto dipenderà dal box office).
“Michael” è un’opera pop che si apprezza per cura formale, interpretazioni – ottimi su tutti Jafaar Jackson e Colman Domingo –, messa in scena, atmosfere anni ’80, costumi e soprattutto per la componente coreografico-musicale, che fa rivivere il genio di Michael Jackson e canticchiarne i brani dentro e fuori dal cinema. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

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