Terzo giorno a Venezia83. In gara due sguardi sociali potenti e profondi, che indagano le ferite dell’anima e i traumi della guerra. Anzitutto il film denuncia “Mr. Nelson, Did You Kill People?” del giapponese Shinya Tsukamoto, basato sull’omonimo romanzo biografico di Allen Nelson, afroamericano al fronte in Vietnam che rielabora i traumi del conflitto e le colpe di cui si è macchiato. Viaggio nei sentieri del dolore e dell’orrore, che apre al perdono. Con Rodney Hicks e Geoffrey Rush. In gara anche il francese “15/18” (“A Place to Heal”) di Cédric Kahn, una fotografia livida sul reparto di neuropsichiatria per adolescenti in un ospedale pubblico, tra giovani in affanno, genitori smarriti e personale medico esposto a un fuoco di fila di emozioni e difficoltà. Un’opera in bilico tra denuncia e sguardi di tenerezza.
“Mr. Nelson, Did You Kill People?” – Venezia83
Un film duro, che in alcuni passaggi diventa difficile da sostenere. Un viaggio immersivo nella mente e nell’animo tempestoso di un reduce di guerra che a stento contiene mostri interiori e rimpianti. È “Mr. Nelson, Did You Kill People?” scritto e diretto dal giapponese Shinya Tsukamoto (“Ombra di fuoco”, “Fires on the Plain”), che si confronta con la complessa e dolorosa biografia di Allen Nelson, un afroamericano arruolatosi nella Guerra del Vietnam che ha dedicato la via a incontri pubblici, soprattutto con i più giovani, per raccontare le atrocità della guerra e come essa trasformi i soldati in un’umanità corrotta e degradata. Con Rodney Hicks e il Premio Oscar Geoffrey Rush.
La storia. New York fine anni ’60, Allen Nelson è appena tornato dal fronte del Vietnam con profonde cicatrici interiori. Ha paura di tutto, dai rumori improvvisi alle sue possibili reazioni. La guerra, le uccisioni di cui si è macchiato, lo inseguono tra sogni e allucinazioni. L’incontro con Linda e con il dottor Daniels, terapista, lo spingeranno a fare i conti con l’indicibile…

“Se è naturale temere di diventare vittime di una guerra – ha indicato il regista – questa storia ci fa comprendere che diventarne carnefici è altrettanto terrificante. Raramente i soldati che hanno compiuto atti di violenza [ne] parlano (…) Allen, al contrario, ha scelto di testimoniare con trasparenza, restituendo così un senso alla propria esistenza e aiutando molti a comprendere la cruda realtà della guerra”. Shinya Tsukamoto firma un’opera potente, a tratti respingente, ponendo lo spettatore in una sorta di “soggettiva” davanti alle tempeste interiori di Allen, tra attacchi di panico e scariche emotive fuori controllo, facendogli rivivere quel mosaico di sangue, atrocità e voci sguaiate dei giorni al fronte. Allen aveva sperimentato già la violenza nell’infanzia, in famiglia, come pure le limitazioni razziali del tempo; in Vietnam si lascia trascinare dai commilitoni in una spirale di violenza dove “libera” le frustrazioni e discriminazioni accumulate. Un viaggio nei sentieri del Male che toglie colori all’umanità lasciandola a un passo dal baratro.
Un film che non è solo un racconto immersivo disperante, ma anche una storia di risalita e riscatto, che parte dal desiderio di espiazione e ricerca del perdono, dove famiglia e aiuto psicologico giocano un ruolo centrale. Ottimi gli interpreti, che si mettono abilmente a servizio della vis narrativa dell’autore, che aggiunge un tassello “inedito” all’ampio racconto cinematografico della guerra. Complesso, problematico, per dibattiti.
“15/18” (“A Place to Heal)” – Venezia83
Un film che colpisce, con durezza, ma che conquista anche al primo sguardo. È “15/18” (“A Place to Heal”) diretto dal francese Cédric Kahn, che firma il copione insieme a Kahina Le Querrec. Uno sguardo ravvicinato sui disagi giovanili pedinando pazienti, medici e infermieri del reparto di neuropsichiatria di un ospedale pubblico. Giovani spezzati, provenienti da famiglie assenti e disperse, che provano a guadagnarsi un’opportunità di futuro. Un racconto essenziale ed emozionante, che denuncia senza mai essere ricattatorio.
La storia. Francia oggi, un gruppo di ragazzi tra i 15 e i 18 anni sta trascorrendo un periodo di ricovero presso il reparto di neuropsichiatria in ospedale. Ragazzi che condividono tutto il fermento dei loro anni verdi insieme a patologie e fragilità. Grazie a psichiatri e infermieri, provano a misurarsi con le proprie sfide, spesso ingombranti, desiderando tornare alla vita fuori…

“Con Kahina Le Querrec – ha dichiarato il regista – ci siamo immersi nei reparti di psichiatria per adolescenti (…) [che] ci sono apparsi come il luogo in cui si concentrano tutte le ferite della società: il bullismo, le angosce generate dalle guerre e dalla crisi climatica, la droga, la violenza, il razzismo, le tensioni sociali”. Kahn (tra i suoi lavori “Il caso Goldman”, 2023) compone un film intenso e asciutto che mostra con grande realismo e accortezza le fragilità dell’anima dei ragazzi oggi, che sperimentano isolamento sociale, mancanza d’affetto familiare e autolesionismi vari; ragazzi che gridano un malessere in cui sono stati precipitati dalla vita. L’autore li racconta, insieme a chi li segue a livello medico, con sguardo lucido ma mai asettico, distaccato. Li mostra con tutte le loro sfaccettature, dalle note più drammatiche ai sorrisi carichi di vitalità, in un percorso possibile di risalita dalla vertigine della disperazione verso un’età adulta che può schiudere ancora un’idea di futuro. Opera acuta, vibrante, dai riverberi sociali ed educativi. Un film che per freschezza e attualità meriterebbe un posto tra i riconoscimenti di Venezia83. Complesso, problematico, per dibattiti.